I giardini di Ferrante Gorian a Treviso

I GIARDINI DI FERRANTE GORIAN A TREVISO

Un grande prato. Tutt’intorno, una cortina di alberi e arbusti piantati in armonioso disordine.
Gli alberi sono stati scelti con cura: sono in prevalenza catalpe, paulonie, lagerstroemie, gleditsie, koelreuterie, rhus (cotinus e typhina): alberi già di forte personalità, scelti poi singolarmente per la loro particolare struttura architettonica, divenuti col tempo vere sculture viventi.

Appaiono anche piantati in modo originale, né in fila né a quinconce, ma sempre con un esito armonico, nell’apparente irregolarità.
Il contrasto ordine/disordine lo ritroviamo negli arbusti scelti: la scapigliata buddleia, il compostissimo Viburnum davidii; un arruffato ceratostigma entro una cornice di bosso perfettamente squadrato.
E poi, l’acqua. In tutte le forme possibili: stagno, laghetto, ruscello, fiume (che meraviglia avere un fiume a segnare il confine!). E quando è possibile la troviamo proprio addossata alla casa, quasi a penetrarla, annullando la distinzione tra esterno e interno, in rigorose bellissime vasche dal fondo a gradoni, con qualche ninfea che ci parla d’Oriente.
Infine, grande attenzione alle superfici pavimentate, raccordo tra casa e giardino, risolte sempre con elegante misura.
Questo è quello che mi è rimasto della visita ai giardini creati da Ferrante Gorian negli anni dal 1961 al 1995: non un giardino in particolare, ma un modello di giardino, un’astrazione, un’idea platonica, depurata dalle scorie. Sì, perché le scorie ci sono, e dei tanti giardini che abbiamo visto (una dozzina!) nessuno è riuscito a mantenere intatta la nitidezza compositiva del progetto originario.

E’ vero, il giardino è vivo e in perenne mutamento, e sarebbe sciocco pretenderne l’immobilità: ma basterebbe poco, a volte, per rispettare lo spirito del suo creatore.
“Togliete quelle Impatiens! Via quei pelargonii! Coprite quel tubo, per favore…! Perché le begoniette? E quei vasi di plastica, fateli sparire…”. Guardavo, ammiravo di solito il quadro d’insieme, ma non potevo far tacere la voce insistente e petulante che mi veniva da dentro e che notava tutte le stonature. Così cercavo di immaginare il giardino senza: senza fioriture sgargianti (“E’ stato il giardiniere, voleva far bella figura, io non me ne intendo” ci ha detto candida una signora, proprietaria di un giardino -peraltro molto bello- costellato da inutilissime ‘Nuova Guinea’ ) , senza vasi sparsi qua e là, senza recinzioni di plastica verde per proteggere le piante dalle incursioni dei cani…
“Less is more” : come aveva ragione Van der Rohe! Meno è più. Meglio ridurre, semplificare, eliminare il superfluo per cogliere l’essenziale in tutta la sua nitida bellezza.
Il motto sarebbe piaciuto (o addirittura piacque? Chissà…) a Ferrante Gorian. Dai suoi giardini -come li volle e come sono ora- ci viene una lezione di onestà e di rigore oggi più che mai attuale. E non solo in giardino.

Ferrante Gorian (Gorizia 1913- Treviso 1995), diplomato alla Scuola di Pomologia dell’Istituto Agrario di Firenze nel 1933, laureato in Architettura del Paesaggio all’Università olandese di Apeldoorn nel 1951, allievo di Porcinai, amico di Burle Marx e di Lino Dinetto, operò a Treviso dal 1933 al primo dopoguerra, poi in Uruguay per tredici anni, infine di nuovo a Treviso, a Lugano, a Gorizia. “Un vero maestro quasi sconosciuto”, come dice di lui Milena Matteini. Per altre notizie rimandiamo al n.10 di ROSANOVA -ott. 2007.

G. A. 30/09/09

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